Posted 25 July 2009, 19:49 by Fiasko Productions

From Carta 27/2009

IL GOLPE DELLA DOMENICA

Un golpe la domenica mattina. Geniale! La gente si è preparata il sabato per dormire più al lungo, riempito la sacca per andare a giocare a calcio, nell’unico giorno non lavorativo della settimana (per chi lavora). Una bella domenica di sole, ti capita un golpe. E’ il Centro America, bellezza.
La mia compagna è cooperante danese in una rete di commercializzazione honduregna– la Red Comal – che sta provando a far funzionare un sistema di commercio comunitario alternativo. Viviamo a Siguatepeque.
Si era nel letto e alle 6 e mezza del mattino arriva un sms dal nostro ufficiale di programma “il nostro caro presidente è stato catturato dall’esercito”. Un momento per rimettere il cellulare sul comodino. Girarsi dall’altro lato. Chiudere di nuovo gli occhi. – Hanne, c‘è un golpe! – Alzarsi di botto, accendere il computer, preparare il caffè, accendere la radio e iniziare a cercare su google news le ultime notizie. Hanne inizia a prendere contatti con la sua organizzazione e io inizio a mandare email a tutte le redazioni che potessero essere interessate ad avere un free-lance a briglia sciolta quaggiù. La radio trasmetteva salsa e qualche stazione iniziava a commentare il fatto. Tempo un’ ora, viene tolta l’elettricità al Paese.
Le comunicazioni ed informazioni per tutta la mattinata sono andate avanti via cellulare. Unico mezzo di comunicazione non tagliato. Indicazioni di rimanere in casa, riempire il serbatoio della macchina e fare provviste di cibo, acqua e contanti. Frigo vuoto, tanica d’acqua vuota, serbatoio a secco, portafoglio vuoto. – Bene, esco io, tu rimani in casa. – L’immagine che mi aspettavo al di là del portone era quella di militari che correvano per la strada, elicotteri in volo, vuoto pneumatico d’umanità civile. Sarà che viviamo nel mezzo dell’Honduras, sarà che Siguatepeque non è né la capitale politica Tegucigalpa, né quella economica San Pedro Sula, ma fuori non c’erano né polizia, né militari; solamente la solita Siguatepeque in una normale domenica di sole, con le sue leghe di calcio dilettantistico, i pick-up scassati e le solite buche nell’asfalto.

Che c‘è a monte del golpe in Honduras?
C‘è un Presidente Zelaya, figlio di allevatori e latifondisti, una delle persone più ricche del Paese e, oramai, ex esponente del Partito Liberale (il quale si contende il potere con un altro partito di destra, il Partito Nazionale) che pochi mesi fa ha avuto un cambio di direzione. Per qualcuno è stata un illuminazione, per i suoi compagni di partito un colpo di matto (tanto che, pochi giorni prima del golpe, fu avviata un’inchiesta parlamentare per confermare il suo stato di incapacità mentale). Qualcun altro pensa che sia stata una strategia di apertura al popolo per allentare possibili tensioni sociali. Sicuramente è stata una mossa rischiosa e mal calcolata. Zelaya ha iniziato ad andare a braccetto con Chavez, si è unito all’ALBA e al PetrolCaribe, e ha proposto una consultazione popolare (la Quarta Urna) per accorpare alle elezioni di Novembre anche un referendum per una nuova Assemblea Costituente. La nuova Costituzione avrebbe forse cambiato il sistema delle istituzioni honduregne. Non c’erano proposte sostanziali sul tavolo, ma l’intenzione era di cambiare lo strapotere del Congresso Nazionale che eleggeva con nomine politiche la Corte Suprema di Giustizia, la Commissione contro la Corruzione e gli altri organi di potere che chiaramente non risultavano indipendenti e non potevano svolgere il loro compito di controllo reciproco. Con queste idee Zelaya ha perso l’appoggio del suo partito, l’appoggio della maggioranza parlamentare e, visti i suoi trascorsi politici, non ha guadagnato una piena fiducia della sinistra (Unificacion Democratica e Frente Popular) e delle associazioni popolari.
Così, in una domenica di sole, giorno anche della Consultazione Popolare, i militari gli sono entrati in casa con le armi, l’han preso e lo hanno deportato in Costa Rica. Poche ore dopo il congresso Nazionale affida la guida del nuovo governo a Micheletti.
Ovviamente la Consultazione, dichiarata illegittima dal parlamento qualche giorno prima, non ha avuto luogo.

La copertura
Il Lunedì mattina parto alla volta di Tegucigalpa al soldo di Al-Jazeera. Viaggio tranquillo fino alla capitale, e ci troviamo nel mezzo degli scontri davanti all’hotel dove io e il cameraman locale avremmo dovuto incontrare il giornalista arabo. Per tutto il viaggio, solo musica salsa e commenti sulla selezione di calcio che giocava nel torneo Coppa D’Oro negli States. Tutti i canali televisivi, e soprattutto le radio che non sostenevano i golpisti, erano state occupate e chiuse dai militari. Una ad una. I quotidiani principali, come La Prensa, El Heraldo, e le televisioni a copertura nazionale, come Televicentro, sono proprietà dei vari Flores, Canauhati, Facussé, Ferrari e pochi altri. Questo pugno di famiglie sono l’oligarchia che detiene il potere politico, i media e le risorse del Paese. Nei primissimi giorni del golpe, e ho riscontrato tuttora, molti giornali stranieri, non avendo corrispondenti in Honduras, utilizzavano come fonti proprio questi media. Erano mezze notizie che non facevano cenno al blackout, ai bavagli e alle limitazioni dei diritti individuali, rapidamente approvate dal Congresso Nazionale.
La tesi contraddittoria che venne proposta dal governo di fatto (come oggi viene già chiamato il governo golpista e dunque legittimato in qualche modo come controparte) affermava che Zelaya avesse inviato al congresso una lettera firmata di dimissioni. Per “sicurezza”, l’esercito era intervenuto a rimuoverlo di forza ed impedire così che Zelaya potesse essere rieletto e l’Honduras diventasse un Paese satellite di Chavez. Lo spettro del comunismo, come nel passato, è un deus ex machina sempre efficace.

E la gente si mobilita da ambo i lati.
Nei primi giorni ci sono stati due tipi di manifestazioni, quelle ufficiali a favore del nuovo governo e quelle contrarie, diventate presto illegali. Le prime avevano un ottimo colpo d’occhio. Piazza piena, cartelloni plastificati, magliette bianche tutte uguali, diretta su Televicentro e slogan per la pace. Si poteva vedere che dietro c’era un’organizzazione che metteva molta “plata”. I manifestanti erano un po’ di tutte le classi sociali. Si dice che molti di questi fossero operai delle maquilas (catene di montaggio per multinazionali che offrono manodopera a basso costo in cambio di un’esenzione totale sulle imposte). Si dice anche che le maquilas abbiano pagato la giornata di lavoro e la trasferta ai propri operai per andare alle manifestazioni.
Sull’altro versante c’erano le organizzazioni della gente del campo e molte organizzazioni civili. Nei primissimi giorni erano in pochi nella capitale, e si notava la presenza di molti giovani che spesso cercavano lo scontro con l’esercito. Per mobilitare la gente del campo serve tempo, autobus e parecchie risorse economiche. I campesinos, specialmente in Honduras, non eccellono nell’auto-iniziativa; e perdere giorni di lavoro non porta a risultati tangibili, almeno nel breve termine. Ma la congiuntura era importante e la mobilitazione iniziò comunque. Il governo si è dato il suo da fare per impedirla. Gli autobus venivano bloccati e talvolta sparavano ai pneumatici. Fu introdotto il coprifuoco alle 6 del pomeriggio. E per essere sicuri, vennero ritirati i diritti individuali, come la libertà di manifestare ed associarsi, e venne permessa ai militari la facoltà di entrare nelle abitazioni private senza mandato.
Da questo momento l’informazione non autorizzata dal governo è iniziata a circolare su internet attraverso bollettini e mailing list. Ci sono molte storie oscure e calpestamenti dei diritti umani che non vengono riportate nei giornali. Molta gente si è messa a camminare per arrivare alle città, desaparecidos riapparsi dopo qualche giorno di fermo, cittadini nicaraguensi e venezuelani arrestati ed espulsi, leaders di organizzazioni minacciati, ma soprattutto omicidi, come quello del periodista Gabriel Fino Noriega, e di Roger Bados e Ramon Garzia, attivisti e membri del partito d’opposizione Unificacion Democratica.
Le manifestazioni continuano a tutt’oggi, ma è difficile prevedere fino a quando poiché la reazione internazionale è stata ferma a parole, ma ricca di ambiguità nei fatti.

Da fuori…
… molti Paesi hanno deciso di congelare gli aiuti di cooperazione, per lo meno quelli che passavano attraverso il governo. La cooperazione diretta alle associazioni locali, senza intermediazione del governo honduregno, più o meno continua. Ma bisogna ricordare che, causa la crisi, i fondi hanno avuto un calo significativo. I fondi statunitensi della “Cuenta del Milenio” (130 milioni di dollari destinati in gran parte alla costruzione di una autostrada dall’Honduras al Salvador che possa competere con il Canale di Panama) sono stati congelati. Ma paradossalmente l’assegno per le forze armate, finalizzato alla lotta al narcotraffico, continua ad essere staccato. Le imprese transnazionali che operano nel Paese, per coprire il buco degli aiuti esterni, hanno proposto una autotassazione del 5% per i prossimi sei mesi, cioè fino a nuove elezioni. Poi ritorneranno nel loro limbo/paradiso esentasse.
Dai Paesi associati all’ALBA c‘è stata una grande levata di scudi. All’inizio Chavez in prima fila, l’argentina Cristina Kirchner, l’equadoriano Raffael Correa promettevano di accompagnare Zelaya a braccetto per il suo ritorno in patria il Sabato. Si diceva che anche le Nazioni Unite avrebbero messo a disposizione un aereo, al quale per motivi diplomatici è ben difficile impedire l’atterraggio. Ma già il giovedì me ne stavo ritornando verso Siguatepeque. Ci era giunta una indiscrezione che l’appoggio pratico al rientro di Zelaya non sarebbe stato avallato. – There is no news here anymore. Gotta go back home. –
Il sabato l’aereo fu messo a disposizione da Chavez. Gli altri presidenti preferirono prendere un secondo aereo ed aspettare Zelaya nel Salvador. Così Zelaya e il Presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite, Miquel d’Escoto, dopo due giri d’aereo sopra i cieli di Tegucigalpa, con mezzi militari che occupavano la pista per impedirne l’atterraggio, presero alla volta del Salvador.

Honduras come il Salvador degli ’80?
La nostra ONG, per motivi di sicurezza ci ha mandato nel Salvador in attesa che la situazione si stabilizzi. Abbiamo iniziato a lavorare per progetti settimanali con il CRC, associazione di ex-guerriglieri che si occupano del loro ritorno alla società civile. Qualcuno di questi crede che l’Honduras stia passando la fase salvadoregna della pre-guerriglia. Il contesto è cambiato, ma tra le conseguenze di una crisi economica c‘è spesso un risveglio delle rivendicazioni delle fasce più sfruttate della società. Ma la prospettiva che spaventa di più è che le destre degli altri Paesi limitrofi vedano, nell’impunità internazionale di questo golpe, un modo per disarcionare i governi di sinistra centro americani. Tra i quali l’FLMN, che ha appena visto la nascita del suo primo governo post-conflitto nel Salvador.
In America Centrale gli honduregni non hanno la fama di persone che pestano i piedi. Spesso sono presi in giro dai vicini perché sono gli unici a non aver avuto una guerriglia significativa negli anni ottanta. Per di più i Contras, operanti Nicaragua, vennero addestrati proprio nell’Honduras, il cosiddetto backyard americano.
C‘è probabilmente un sentimento ben diffuso di rassegnazione, e forse paura, al cambio. – I politici sono tutti corrotti. Devo pensare ai miei piccoli affari che mi danno da mangiare. Intanto non cambia nulla. – sono le risposte che si ascoltano tra la gente.
La soluzione alla quale ci si sta avviando sembra essere quella dell’ignavia. Il governo golpista non verrà riconosciuto ma neanche rimosso dalle fiacche pressioni internazionali. A novembre ci saranno elezioni, nelle quali i due candidati del PL e PN, Elvin Santo e Porfirio Lobo (il santo e il lupo!), sono attuali sostenitori del governo di Micheletti. Verrà dunque eletto un governo legittimo. Plauso internazionale per questa soluzione pacifica e democratica. Nessun cambio come sempre.

Ps: In questi giorni Zelaya sta richiamando alla disobbedienza civile i suoi sostenitori. Purtroppo non ha né la presenza fisica, né i records, di un credibile rivoluzionario.

Marco Iovane
marco.iovane@fiaskoproductions.com

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